Il diritto all’oblio e il web: il problema della pubblicazione on-line delle sentenze

Pubblicato da Andrea Pontecorvo il 04/07/2014

Pubblichiamo un interessante articolo di Elisa Mascioli sul c.d. Diritto all’Oblio, tema caldo del momento, in relazione anche e soprattutto ai nuovi formalismi digitali con relativa pubblicazione on-line delle sentenze, e una nota a commento della Dott.ssa Ines Simona Pisano, Cons. TAR Lazio, magistrato Vicario Responsabile del Servizio Centrale Informatica e Tecnologie della Giustizia Amministrativa.

 

Il diritto all’oblio e il web: il problema della pubblicazione on-line delle sentenze

“Come è noto, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha recentemente deciso una questione pregiudiziale (C – 131/12), sottopostale dall’AEPD (l’equivalente spagnolo del nostro Garante della privacy) , riguardante l’interpretazione di alcune norme della direttiva 95/46/CE concernente il trattamento dei dati personali e la loro libera circolazione.

COrte

L’AEPD veniva adita dal Sig. Costeja González, il quale, opponendosi a Google Inc. e Google Spain, chiedeva la cancellazione di alcuni link che indirizzavano gli utenti internet ad alcuni annunci di vendita all’asta di beni immobili per pignoramento, risalenti al 1998, in cui era presente il nome del Sig. González.
La Corte ha stabilito che, in base alla summenzionata direttiva, ogni cittadino dell’Unione ha “diritto di opporsi, per motivi preminenti e legittimi al trattamento dei dati che lo riguardano” e ha il “diritto di ottenere, a seconda dei casi, la rettifica, la cancellazione o il congelamento dei dati” quando il trattamento degli stessi non è conforme alla direttiva.
Con questa decisione la Corte di Giustizia UE legittima le richieste di cancellazione dei dati personali anche dai siti web, in nome della tutela del “diritto all’oblio”, ovvero il diritto di un soggetto a non essere più ricordato per fatti considerati, come dichiarato dalla Corte, “inadeguati o che non siano o non siano più pertinenti ovvero siano eccessivi in rapporto alle finalità e al tempo trascorso”.
La questione concernente il rapporto tra il diritto all’oblio e il web riguarda da vicino anche l’Italia.
La Corte di Cassazione, con la ormai nota sentenza 5525/2012, si è pronunciata in merito alla questione e, richiamando i principi espressi dal d.lgs 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) ha stabilito che i dati personali, a maggior ragione quando vengono trattati su Intenet, devono essere trattati, oltre che secondo i principi di correttezza, pertinenza, e “ per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati”. Ciò, al dichiarato fine di salvaguardare “il diritto fondamentale alla riservatezza, tutelato dagli artt. 21 e 2 dell Costituzione) del soggetto a cui i dati pertengono”. Sul rapporto che intercorre tra il diritto all’informazione e quello alla riservatezza, la Corte di Cassazione afferma che il diritto all’oblio ha lo scopo di salvaguardare “la protezione sociale dell’identità personale, l’esigenza del soggetto di essere tutelato dalla divulgazione di informazioni (potenzialmente) lesive in ragione della perdita (stante il lasso di tempo intercorso dall’accadimento del fatto che costituisce l’oggetto) di attualità delle stesse, sicché il relativo trattamento viene a risultare non più giustificato ed anzi suscettibile di ostacolare il soggetto nell’esplicazione e nel godimento della propria personalità”.
In base alla decisione della Corte di Cassazione e a quella, più recente, della Corte di Giustizia dell’Unione Europea sembra allora lecito interrogarsi sulla questione della pubblicazione on-line delle sentenze.

Oblio

Facendo una ricerca nel web, attraverso i principali motori di ricerca, o nelle banche dati on line, ci si può facilmente rendere conto che, in molti dei provvedimenti pubblicati, i dati personali delle parti sono riportati esplicitamente. Inoltre, può accadere di imbattersi in decisioni in cui, sempre in modo esplicito, vengono riportati i dati di terze persone, che non costituiscono parte attiva della controversia, anche con riferimento a cause risalenti a parecchi anni fa.
Sulla base dei risultati ottenuti da queste ricerche, possiamo effettivamente dire che sia correttamente tutelato il diritto fondamentale alla riservatezza? O che il periodo di tempo trascorso dalla pubblicazione sia, effettivamente, quello “non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati” ?
Il d.lgs 33/2013, meglio conosciuto come “Decreto trasparenza”, all’art 8 comma 2 dispone che “i dati, le informazioni e i documenti oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente sono pubblicati per un periodo di 5 anni”. Attraverso questa disposizione sembra che il legislatore abbia indicato un limite temporale superato il quale il diritto all’informazione debba cedere il posto alla riservatezza.
Visto l’avvio del processo telematico, in base al quale si abbandonerà la forma cartacea e tutti gli atti saranno consultabili sul web, sembra quindi opportuno che venga definito un limite temporale certo che permetta un equo contemperamento del diritto all’informazione e del diritto all’oblio.
Elisa Mascioli”

Il parere dell’esperto:
Cons. Ines Simona Pisano, magistrato Vicario Responsabile del Servizio Centrale Informatica e Tecnologie della Giustizia Amministrativa.

Il problema del rapporto tra diritto all’informazione – specie ove questa avvenga a mezzo web- e diritto all’oblio, indubbiamente assume connotazioni particolari con riferimento alla pubblicazione “on line” dei provvedimenti giurisdizionali.

Pisano

Infatti, a prescindere dalle raccolte di provvedimenti giurisdizionali in “banche dati” commerciali, non tutti sanno che l’art.56, comma 2 del Codice dell’Amministrazione digitale (decreto legislativo 7 marzo 2005, n.82, come modificato dal D.lgs.n.235/2010), impone, contestualmente al deposito in segreteria, la pubblicazione sul sito web istituzionale delle sentenze e delle altre decisioni del giudice amministrativo e contabile, con la sola prescrizione delle “cautele previste dalla normativa in materia di tutela dei dati personali”.
Al riguardo, il Codice Privacy si limita a prevedere, per l’amministrazione della giustizia che procede alla pubblicazione dei provvedimenti sul sito web, l’obbligo di procedere all’oscuramento dei dati dei minori,di quelli relativi ai8 rapporti di famiglia o allo stato delle persone e dei dati personali inerenti allo stato di salute (artt.52 comma 5 e 22 comma 8 Codice privacy); ulteriore facoltà di oscuramento dei dati contenuti nelle sentenze è attribuita dall’art.52 Codice Privacy al Giudice – che può procedere, discrezionalmente, d’ufficio o su istanza di parte, ma solo prima della decisione – a tutela dei diritti o della dignità degli interessati.
Al di fuori di queste ipotesi, il comma 7 dell’art.52 del Codice Privacy stabilisce che “è ammessa la diffusione del contenuto anche integrale si sentenze e di altri provvedimenti giurisdizionali” ivi comprese, quindi, le generalità – oltre che dei magistrati e dei difensori- delle parti di causa, e di eventuali terzi pur coinvolti nella decisione.
Viene così a succedere che, effettivamente, le generalità e altri dati personali non solo delle parti in causa ma di terzi estranei alla stessa (si pensi al caso, emblematico, delle c.d.”informative prefettizie” che contengono riferimenti a frequentazioni del ricorrente con persone sospettate di legami con la criminalità organizzata, non di rado indicate con nomi e cognomi) non solo vengano diffusi sul web dell’amministrazione obbligata ma, successivamente, siano replicati su Internet, con un inarrestabile effetto “domino” che li rende reperibili, senza alcun limite temporale, attraverso qualsiasi motore di ricerca.
Con riferimento al limite temporale di pubblicazione su web degli atti e provvedimenti amministrativi ai fini di cui il D.lgs.33/13, come è noto, l’art.8 stabilisce in 5 anni il dies ad quem della pubblicazione: l’ambito applicativo del citato Decreto- che, espressamente, si riferisce all’organizzazione e attività della pubblica amministrazione- non sembra però estendersi alla peculiare fattispecie della pubblicazione sul web delle sentenze e degli altri provvedimenti, che costituiscono espressione della funzione giurisdizionale, e delle quali è prevista la pubblicazione sul sito web istituzionale per finalità diverse ed ulteriori rispetto alla “trasparenza” amministrativa.

Privacy

Al riguardo, è da rilevare che le recentissime “Linee-guida” del Garante privacy in materia di trattamento di dati personali contenuti anche in atti e documenti amministrativi effettuato per finalità di pubblicità e trasparenza sul web da soggetti pubblici e altri enti obbligati, pubblicate in G.U. n.134 del 12 giugno 2014 (doc.web.n.3152156), sembrano non avere ignorato il problema laddove alla Parte II, intitolata “Limiti alla diffusione dei dati personali nella pubblicazione di atti e documenti sul web per finalità diverse dalla trasparenza”, prevedono comunque il rispetto, da parte delle amministrazioni che procedono alla pubblicazione sul web, del principio di “pertinenza e non eccedenza” di cui all’art.11, comma 1 lett.d) del Codice privacy.
Con riferimento al periodo di pubblicazione, inoltre, le citate Linee-Guida rammentano che, in mancanza di specifiche indicazioni normative, ai sensi degli artt.11, comma 1 lett.e) e 7, comma 3 lett.b) del Codice, e nel rispetto delle medesime disposizioni contenute nella Direttiva 95/46/CE, in ogni caso, quando sono stati raggiunti gli scopi per i quali essi sono stati resi pubblici e gli atti hanno prodotto i loro effetti, i dati personali contenuti nei provvedimenti pubblicati devono essere oscurati anche prima del termine dei 5 anni.
E’ pur vero che le richiamate Linee-Guida si applicano esclusivamente alla pubblicazione sul web di “atti e provvedimenti amministrativi” , anche per finalità diverse a quelle di trasparenza, ma è fondato chiedersi se i medesimi princìpii non debbano applicarsi anche ai dati contenuti nelle sentenze.
A meno di non voler ritenere che la pubblicazione dei provvedimenti giurisdizionali assolva, sempre e comunque, a finalità “superiori”, tali da giustificare la pubblicazione dei dati – così come avviene attualmente- senza alcun limite temporale o restrizione nell’architettura tecnologica del sito (quale, ad esempio, la predisposizione di filtri e restrizioni atte ad impedire ai motori di ricerca web di effettuare di indicizzare ed effettuare ricerche all’interno della banca dati dei provvedimenti giurisdizionali; la predisposizione di apposite sezioni di archivio, in cui rendere possibile la consultazione dei medesimi documenti, oltre un certo periodo di tempo, con modalità più idonee al rispetto del Codice; etc) è auspicabile, allora, un intervento chiarificatore del legislatore o, almeno del Garante della Privacy.
Ciò, anche in considerazione della “nuova” finalità della pubblicazione sui siti web delle amministrazioni della giustizia che, con la piena attuazione del processo telematico, porterà la pubblicazione della sentenza “on-line” a sostituire, con i medesimi effetti giuridici, la tradizionale pubblicazione della sentenza con modalità cartacee.